Mi chiedo perchè la solitudine mi abbatta così tanto. Genera in me un forte senso di ansia, come un nodo che stringe lo stomaco e che blocca i sentimenti e le percezioni. Il tempo sembra non passare mai; in un giorno accadono tante cose, eppure, quando sono sola, le mie giornate sembrano eternamente inconcludenti. Sono le 8.00. Le 8.15. Le 9.20. Le 9.47. E ora sono le 10.45. E, incredibile! , ora sono già le 12.34... Guardo l'orologio in attesa di qualcuno con cui condividere il trascorrere di questi istanti, che uno dopo l'altro, sembrano sfuggire alla mia partecipazione. E' come in un quei giorni d'autunno, quando, seduta su una panchina al parco del quartiere, mi ritrovo incantata a guardare le foglie che, ad una ad una, cadono a terra. Conosco già il loro necessario corso, eppure le seguo istintivamente con lo sguardo, quasi volessi accertarmi di persona del loro reale traguardo. Alla fine, quando anche l'ultima foglia ha raggiunto le sue simili e completato il suo percorso, mi ridesto. E così passano gli istanti, le ore, le giornate e perchè no, talvolta perfino i mesi: passano così perchè li lascio passare senza scrutarli più attentamente, senza interrogarli, senza interagire, senza prendere parte a quel disegno che forse è già scritto, ma cavolo dove anch'io avrò ben la mia parte! E più passano anche gli anni, più mi rendo conto che al genere umano è stato affidato un ruolo davvero arduo, quello dell'improvvisatore. Ci hanno messo a recitare, e... a 15 anni: tutto sommato mi hanno dato pure una bella parte; a 19 anni: forse mi avevano dato il copione sbagliato, eh no quella parte non mi si addiceva, meglio questa; a 20 anni: forse si sono sbagliati, mi devono ancora dare il copione, pensavo. A 22 anni: forse inizio a capire... qui s'ha da improvvisare! Qui mi sembra che siamo già un po' di gente senza sto benedetto copione! E allora, su via, ma improvvisiamo! Ma di una cosa sono certa: un monologo no. Anche improvvisando, non è mica che posso inventarmi uno sceneggiato lungo una vita. E allora, per riuscire a fare 'sta recita, bisognerà essere almeno in due, dico io! E improvvisa quà, improvvisa là a qualcosa si arriverà. Se nessuno mi fa una domanda, a cosa rispondo? Se nessuno mi fa arrabbiare, quando piango? E se nessuno mi fa divertire, quand' è che rido? E allora vorrei tanto che, in giorni come questi, arrivasse qualcuno, chichessia, e si sedesse su quella panchina accanto a me. Il solo calore del suo corpo vivo ed il rumore dei suoi passi sempre più vicini basterebbero a riportarmi dentro quella scena di cui mi sento ora solo pavida spettatrice. E se poi mi rivolgesse la parola.... ah, incanto! Esseri della stessa specie che creano un contatto volontario e reciproco! Shock dei sensi. In giorni come questi, mi sento profondamente inutile e insensata, la voglia di improvvisare svanisce e mi ritrovo a sprofondarci in quella benedetta panchina. Perchè "umanità" significa che nessuno è uomo senza un altro uomo. Per fare un "umanità", anche ridotta davvero ai minimissimi termini, ci servono almeno due persone. E allora, in certi giorni mi sento poca cosa. E fuori, uomini e alberi e foglie e case e strade e animali, appaiono per un po' tutti uguali, tutti intenti a recitare la loro parte in sintonia, e tu in disparte, silenziosa, poco attiva. Chissà com'è che nessuno vuole rilanciare a me la prossima battuta. E pensare che me n'ero già progettate due o tre...